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Mondo VEG
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Amazzonia. Pollo. Proteine.

Cos è che lega queste parole?

La soia, un legume che i cinesi da millenni hanno utilizzato come fertilizzante naturale del suolo (perché arricchisce la terra di azotati) fino a quando non fu sviluppato il processo di fermentazione che trasformava la purea di soia in in una salsa, oggi nota come miso, mangiata come condimento di altri cibi.

L’utilizzo della soia non più come fertilizzante ma quale alimento per l’uomo e per gli animali ha rappresentato un passaggio nella storia dell’agricoltura e dell’alimentazione mondiale di notevole importanza.

La soia è infatti una delle cause più incisive della deforestazione amazzonica – ogni anno nell’area amazzonica vengono distrutti oltre un milione di ettari di bosco.

La soia spopola nelle diete vegane eppure la quantità maggiore è contenuta nel pollo d’allevamento – 100 gr ogni 100 gr di prodotto; è una delle migliori fonti di proteine vegetali  – contenuto proteico pari al 37% circa del peso a secco rispetto a carne e pesce che contengono circa 20-25 grammi di proteine per ogni etto di prodotto.

Nulla da rimproverare se la risposta non è poi così spontanea.

Nonostante i grandi numeri e le numerose e controverse opinioni che la riguardano, è un argomento quasi del tutto ignorato dai grandi media.

Scientificamente “Glycine max” , appartenente alla famiglia delle Leguminose, la soia è attualmente uno dei prodotti alimentari più coltivati nel mondo, poco più di 220 milioni di tonnellate (dati 2009, fonte: FAO) e largamente utilizzata per l’alimentazione degli animali da allevamento (85% della produzione mondiale).

E il restante 15% del prodotto? Copre la domanda del mercato per uso alimentare umano.

Un europeo consuma circa 61 kg di soia l’anno. Il 93% del consumo di soia pro capite annuo ha provenienza indiretta (circa 58 kg),  ovvero dovuto ai mangimi per gli animali necessari per ottenere carne, pesce, uova, yogurt, ecc,  gli altri 4 kg li mangiamo senza saperlo.

La troviamo infatti in numerosi alimenti. Per esempio, la farina ottenuta dopo l’estrazione dell’olio, un prodotto ricco di proteine vegetali, è utilizzata per migliorare la friabilità dei prodotti da forno. I concentrati  di proteine sono anche aggiunti agli alimenti a base di carne (hamburger, ripieni di tortellini e ravioli), o come sostitutivi nei cibi per vegetariani. E infine si trova in alcuni prodotti per aumentare il volume e renderli più soffici (gelati) e in quelli per celiaci al posto delle proteine del grano (glutine).

[fonte ilfattoalimentare.it]

Ma la soia fa bene o fa male?

Il fatto che la soia sia molto commercializzata nei supermercati naturali ci può spingere a pensare che sia la chiave per vivere in salute.

In effetti i semi di soia contengono una vasta gamma di sostanze nutritive: potassio, fosforo, magnesio, calcio, vitamina B6, acido folico, vitamina K. Alcuni studi hanno anche dimostrato la capacità della soia di ridurre il colesterolo cattivo in eccesso e i rischi di cancro alla prostata. La soia e i suoi derivati, come il tofu, contengono composti biologicamente attivi chiamati isoflavoni che possono attivare i recettori degli estrogeni nel corpo umano. Questa caratteristica fa si che gli isoflavoni vengano spesso usati come alternativa naturale ai farmaci per alleviare i sintomi della menopausa e ridurre il rischio di perdita ossea nelle donne anziane.

[fonte energytraining.it ]

C’è chi però sostiene che i rischi del consumo eccessivo di soia superino di molto i benefici.

Altri studi condotti sulle donne hanno evidenziato che dopo soli 14 giorni di assunzione di proteine della soia si verificava un aumento significativo nella proliferazione delle cellule epiteliali del seno, che sono le cellule che hanno più probabilità di trasformarsi in cellule cancerose.

Altrettanto discordanti sono le opinioni in merito all’utilizzo di alimenti a base di soia per i neonati (molti nutrizionisti ritengono che i bambini esposti a elevate quantità di fitoestrogeni sono soggetti a pubertà precoce nelle ragazze e ritardata maturazione fisica nei ragazzi).

Anche in questo caso la virtù potrebbe stare nel mezzo. Mangiare alimenti a base di soia si può ma in modo controllato (non più di 1 – 2 volte a settimana) e nelle forme fermentate. Ma se gli effetti del consumo alimentare di soia nell’uomo non sono ancora del tutto chiari, le conseguenze della produzione per il grande mercato sono già da tempo evidenti, e in alcuni casi, irreparabili.

Ma iniziamo dal principio. La soia fu coltivata per la prima volta in Cina circa 5000 anni fa. L’imperatore la chiamò “Ta Teou” (grande fagiolo) e la classificò tra le cinque piante sacre.

La prima piantagione commerciale fu allestita nel 1929, ma l’uso si è enormemente diffuso dopo la seconda guerra mondiale. Difatti, la scoperta dell’alto valore nutritivo nei mangimi per bovini e pollame, ha lanciato la soia nell’Empireo dei prodotti agricoli facendo schizzare il consumo da 44 milioni di tonnellate nel 1959 a 280 milioni nel 2009.

La crescita esponenziale della domanda mondiale di soia e gli elevatissimi guadagni hanno spinto numerose multinazionali a investire sulla coltivazione intensiva e transgenica con conseguenze spesso devastanti per l’ambiente e per l’uomo.

Tra le voci di protesta sollevatesi contro un fenomeno che oramai ha assunto dimensioni epocali – la superficie di terra coltivata a soia copre oltre 1 milione di chilometri quadrati: quasi la totalità dell’Europa settentrionale (Francia, Germania, Belgio, Paesi Bassi messi insieme) –  anche quella del fotografo Ernesto Piovano che, nel suo paese natale, l’Argentina, realizza nel 2014 un reportage per denunciare gli effetti dell’utilizzo incontrollato di diserbanti, come il glifosato, nelle colture di soia geneticamente modificata. Le immagini raccapriccianti di bambini deformati, dalla pelle di cristallo, di donne ricurve con malformazioni ai tendini, si alternano alla visione drammatica di interminabili campi di girasoli devastati dal veleno. (qui un articolo)

Ciascuno di noi valuta i fatti ed esprime giudizi. Ciascuno può approvare o disapprovare, apprezzare o indignarsi.

Il rispetto dovuto all’essere umano in quanto tale e quello dovuto all’ambiente sono tra i principi fondamentali della morale, cioè quelli che permettono di dire ciò che è bene e ciò è male. Da questi stessi principi non possono prescindere coloro che nell’agire determinano le sorti del genere umano.

Claudia Orsino
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Stamattina sono andata nell’orto. Anche se piccolo richiede comunque cura e attenzioni. Ho legato i getti dei pomodori alle canne, ho sradicato qualche “erbaccia”, ho innaffiato. Ma la cosa più soddisfacente è vedere che cresce bene anche senza chimicaglie.

Finalmente ne sto cogliendo i fiori = carciofi (prodigiosi depuratori primaverili, qui le proprietà), e i frutti = pomodorini datterini, mini-zucchine, un cetriolo.

In frigo avevo dei piselli freschi (qui le proprietà) che mi erano sono stati regalati e avevo già sgranato aiutata dalla mia bimba.

Ispirata da queste meraviglie dell’orto di maggio ho pensato ad una insalata di farro primaverile.

Insalata di farro con verdure dell’orto

Ingredienti per 2 persone (porzioni abbondanti perché piatto unico)

  • 160g di farro decorticato (integrale)
  • 3 pugni di piselli freschi
  • 3 zucchine piccole
  • una cipolla
  • 8 funghi champignon
  • 4 carciofi
  • qualche pomodorino
  • 4 foglie di basilico
  • olio extravergine di oliva
  • sale e pepe
  • optional: 1 cucchiaio di tahina (qui come prepararla)

 

Preparazione:

Bollite il farro integrale per un’ora in acqua salata. La proporzione è di 1 (parte di farro) a 3 (parti di acqua).

Cuocete i piselli in una pentola con della cipolla per 20 minuti. Prendete una piccola parte di piselli cotti e 2 cucchiai del loro brodo e frullateli con un cucchiaio di tahina (optional).

Pulite e tagliate i carciofi molto sottili. Scottateli con un poco di acqua e olio in una padella. Salate e pepate.

Affettate cipolla, zucchine e funghi champignons e scottateli in una padella con un poco di olio. Cuocere in padelle separate serve a mantenere i sapori distinti. Ma non è necessario. Potete cuocere tutto insieme, brevemente, partendo dai carciofi e aggiungendo le altre verdure dopo che sarà evaporata l’acqua.

Scolate il farro se non ha assorbito tutta l’acqua. Prendete una insalatiera e versate tutti gli ingredienti: il farro, le verdure scottate, i carciofi, i piselli e 2 cucchiai di crema; aggiungete dei pomodorini e del basilico a crudo. Irrorate con olio. Mischiate tutto e…. buon appetito 🙂

Aneta Rybaczuk
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Ogni tanto indìco un detox time.
In primavera il corpo è predisposto a smaltire le scorie degli eccessi calorici invernali, e la natura ci mette a disposizione diversi vegetali che lo aiutano in questa operazione.

agretti
Ho trovato gli agretti (vedete qui le loro proprietà) e non ho potuto fare a meno di onorarli. Oltre a mangiarli aggiunti crudi all’insalata (hanno un sapore veramente fresco e gradevole) ci ho fatto un bel primo piatto, piaciuto ad adulti e bambini.

Non ho segnato le giuste dosi

Spaghetti di riso agli agretti e noci

Ingredienti per 2 persone

  • 160g spaghetti di riso integrali
  • un mazzetto di agretti
  • 1 spicchio d’aglio
  • qualche gheriglio di noce
  • olio extravergine di oliva
  • 3 cucchiai di crema di tofu
  • sale

per la crema di tofu:

  • 1 panetto di tofu al naturale da 150g
  • succo di mezzo limone
  • erbe aromatiche (prezzemolo, basilico, timo, salvia, rosmarino, erba cipollina)
  • una manciata di mandorle
  • una manciata di noci
  • qualche cucchiaio di latte vegetale
  • olio extravergine di oliva
  • sale
  • pepe

Preparate anzitutto la crema di tofu:

basta mettere tutti gli ingredienti nel frullatore e frullare il tutto. Non servirà tutta per la ricetta quindi potrete metterla in un vasetto e conservarla in frigo per qualche giorno. Sarà perfetta da spalmare sui cracker per fare un’ottimo spuntino.

Prepariamo gli spaghetti di riso agli agretti e noci:

Lavate gli agretti e tagliate le radici. In una pentola portate a bollore dell’acqua, salatela e buttate prima gli agretti e poi la pasta. Mescolate e attendete il tempo di cottura della pasta.
Nel frattempo preparate il trito di noci e mettetelo da parte.
In una padella fate soffriggere l’aglio in un fondo d’olio, aggiungete un po’ di acqua di cottura della pasta e circa 3 cucchiai di crema di tofu. Se necessario aggiungete altra acqua per allungare la crema.

Scolate la pasta con gli agretti e saltatela nella padella con la crema. Impiattate e cospargete con il trito di noci.

 

buon appetito 🙂

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Per una corretta alimentazione dovremmo consumare alimenti vegetali, integrali, possibilmente crudi. Quando abbiamo però bisogno di qualche caloria in più, qualcosa che ci scaldi l’animo, possiamo optare per uno spuntino a base di Hummus di ceci.

I ceci (qui trovate le loro proprietà) sono tra i legumi che preferisco. Ne lesso sempre un po’ in più pure perché ci mettono un po’ a cuocere, e così un giorno mi ci faccio la pasta e ceci e un giorno preparo un barattolo pieno di hummus da tenere in frigo per degli spuntini golosi. Spalmato sul pane o sulla piadina con tante verdure fresche, va bene sempre e comunque, e piace moltissimo anche alla mia bambina.

L’hummus fa tanto bene pure perché è ricco di sesamo, un vero concentrato di virtù (vedi qui).

Un amico delle Canarie lo ha definito il più buon Hummus d’Italia. Hahahah 😀 per questo mi permetto di diffondere la ricetta.

Hummus di ceci

Ingredienti 

  • 300 gr di ceci lessi (nel peso comprendere anche l’acqua gelatinosa di cottura)
  • 2 cucchiai di tahina
  • 1 succo di 1 limone
  • 1 spicchio di aglio medio
  • 1 cucchiaino di semi di cumino
  • 50 ml di olio extravergine di oliva
  • sale (anche no dipende dai gusti)
  • 
paprica per guarnire

per preparare un barattolino di tahina:

  • 100g di sesamo
  • olio di sesamo (olio extravergine di oliva in alternativa)

Preparazione della tahina:

Spandere la metà del sesamo su una padella dal fondo largo (io utilizzo quella per le piadine/crêpes) e tostarla sul fuoco alto. Come iniziano a scoppiettare i primi semi togliete la padella dal fuoco. Ancora caldi metteteli nel frullatore e tostate l’altrà metà del sesamo. Aggiungeteli nel frullatore e tritateli finemente. Poi aggiungete dell’olio di sesamo fino ad ottenere una crema non troppo densa ma abbastanza fluida. Mettetela in un barattolino e copritela con un velo di olio in superficie per prolungarne la corretta conservazione, evitandone l’ossidazione.

 

Preparazione dell’hummus di ceci:

I ceci vanno tenuti in ammollo almeno 24 ore, anche 48, con un pezzetto di alga kombu per aumentarne la digeribilità. Durante l’ammollo l’acqua va cambiata almeno una volta. Quest’acqua va buttata perché ricca di sostanze antinutrizionali. Cuoceteli in pentola di coccio con almeno 3 parti di acqua per parte di ceci, potete lasciare l’alga (la frullo pure nell’hummus). Il sale, se ne volete, aggiungetelo verso i 2/3 della cottura. La cottura va fatta a fuoco basso. Ricordate di non aggiungere acqua fredda altrimenti rischiate di “bloccare” la cottura dei ceci. I ceci saranno cotti dopo 2 ore e mezza, anche 3.

Tritate anzitutto i semi di cumino sennò rimangono troppo integri. Aggiungete quindi i ceci compresi d’acqua di cottura, la tahina, il succo di un limone, l’olio, il sale e l’aglio. Frullate tutto e assaggiate. Inizialmente potrebbe sembrare forte d’aglio, ma l’hummus conservato diventa più saporito e il sapore dell’aglio viene smorzato. Se troppo denso aggiungere acqua di cottura dei ceci oppure un po’ d’olio.

Con il tempo imparerete a giostrare bene i sapori. L’hummus è un perfetto mix tra la morbidezza di ceci+sesamo, l’acidità del limone, e il piccante dell’aglio. Se risultasse troppo insapore provate ad aggiungere semplicemente del sale che esalterà tutti i sapori.

Cospargete l’hummus di ceci con della paprika dolce e….

buon appetito 🙂

Aneta Rybaczuk
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Sono una che crede molto nella sana alimentazione per ottenere salute ed energia da vendere. I dolcetti crudisti di cocco e datteri sono sani, non contengono zuccheri aggiunti ma sono dolci grazie ai datteri.

Spesso abbiamo voglia di dolce, perché non abbiamo dato al nostro corpo il giusto apporto di zuccheri dei quali necessitiamo per andare avanti, e allora ce lo ricorda lui nel momento in cui ci manda verso il frigorifero o vediamo etichette “mangiami” ovunque.

Vorrei ricordare che lo zucchero preferito dal nostro corpo è quello della frutta fresca. Secondo l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) dovremmo mangiare almeno 5 porzioni di frutta al giorno (es. di porzione = 1 mela).

La frutta secca è un’ottima alternativa a quei dolci insani che fanno schizzare l’indice glicemico alle stelle, che prima li mordi e poi ti vengono mal di testa o mal di denti, che devi fare 10 giri di corsa per poterli smaltire, e aspettare ore prima di riuscire a digerirli.

Senza nulla togliere al gusto, questi dolcetti sono peccaminosi, si preparano in pochi minuti e si conservano bene in frigo. Inoltre non hanno bisogno di cottura in quanto crudisti. Vegani e senza  glutine. Perfetti per i bambini.

Dolcetti crudisti di cocco e datteri

Ingredienti per 12-15 porzioni

  • dai 70g ai 100g di datteri al naturale denocciolati (11 circa)
  • 50g di mandorle
  • 50g di anacardi
  • un paio di cucchiai di farina di carrube o del cacao

se avete un estrattore di succhi vivi

  • 1/2 noce di cocco fresca (120g circa)

se non avete l’estrattore:

  • 60g di cocco essiccato (la comune farina di cocco)
  • 1 cucchiaio di olio di cocco sciolto a bagnomaria.

Consigli per gli acquisti degli ingredienti

I datteri al naturale (senza il “rivestimento” di sciroppo di glucosio usato per una più lunga conservazione) li potrete trovare facilmente nel periodo natalizio. “Fuori stagione” li troverete sicuramente nei negozi di alimenti biologici. Qui trovate le loro proprietà benefiche.

Mandorle e anacardi comprateli biologici o cercate quelli che non contengono solfiti! Per risparmiare optate per una confezione “formato famiglia”.

Il cocco va scelto in base alla presenza di acqua al suo interno. Se scuotendolo non sentite nulla lasciatelo stare: è sicuramente vecchio e potrebbe essere ammuffito al suo interno. Qui sono elencati i suoi benefici.

La farina di carrube è una buona alternativa al cacao soprattutto se i dolcetti verranno dati ai bambini, perché a differenza del cacao non contiene caffeina.

Preparazione

Per aprire la noce di cocco fate prima un foro dal quale far uscire l’acqua (che filtrata è un’ottima bevanda rigenerante) poi con un martello colpitelo ovunque (createvi delle traiettorie per assicurarvi di percuoterlo dappertutto), e alla fine date i “colpi di grazia” per romperlo. L’operazione precedente alla rottura vi permetterà di ottenere una noce di cocco integra o comunque con pezzi di polpa che si staccano con facilità. Una parte conservatela in frigo immerso in acqua, e l’altra la andremo ad utilizzare per la nostra ricetta dei dolcetti crudisti di cocco e datteri.

Denocciolate i datteri.

Mettendo il cocco nell’estrattore otterrete sia l’olio di cocco che il cocco rapé. Conservateli entrambi. Se il cocco era conservato in frigo l’olio avrà una consistenza pastosa semi-solida e rimarrà attaccato alle palette di gomma dell’estrattore. E’ tutto normale 🙂

Unite tutti e 4 o 5 gli ingredienti nel frullatore e azionatelo. Quando inizierà a girare con fatica vuol dire che la consistenza è quella giusta: un pò morbida e appiccicosa.

Prendete degli stampi di silicone e mettete una punta di cucchiaino di farina di carruba sul fondo (vi aiuterà nel momento di estrarre i dolcetti, che comunque non saranno solidissimi, dalle formine). Aiutandovi con un cucchiaino, le dita e un poco di pazienza, pressate l’impasto nelle formine. I bambini saranno molto lieti di aiutarvi in questa operazione, anche se parte dell’impasto scomparirà magicamente.

Mettete in frigo per qualche ora. Estraete poi i dolcetti e metteteli in un barattolo di vetro con coperchio.

non abusatene 🙂

Aneta Rybaczuk
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E’ da giorni che continuo a ripetere a me stessa che devo trovare la frase giusta per cominciare il pezzo, perché se scrivo “Pasqua senza agnello” oppure “Perché il cane no e l’agnello si”, sono certa che i più non leggeranno neanche il secondo rigo e questo articolo non avrà mai avuto senso.

La verità è che scrivere di qualcosa a cui si è molto sensibili, sapendo di doverti rivolgere a tanti che, ahimè, non sono proprio della tua stessa opinione ma sono più per –  “La tradizione dice che a Pasqua si deve mangiare l’agnello e le tradizioni si rispettano” (le tradizioni si rispettano anche più delle leggi! aggiungerei io) , oppure – “ Se non te li mangi poi diventano troppi e che ci fai?”, o ancora andando sul personale – “ Pensa ai bambini che non possono mangiare, piuttosto che agli animali” è un’impresa toccante.

E si, perché le parole scorrerebbero a fiumi se questa pagina fosse parte della mia autobiografia; ed invece appartiene a una cosa più grande di se stessi: all’umanità, a quella istintiva capacità di comprendere e condividere i sentimenti degli altri.

Capacità che ancora appartiene ad alcuni esseri umani, che ne fanno un utilizzo autentico, in molti casi sorprendente: i bambini. Loro, i cuccioli, sentono e condividono le emozioni degli altri viventi, umani e animali.

Non pretendo di poter cambiare le opinioni di chi legge, ma un domanda sento di porgerla: siamo proprio sicuri di volere una “tradizione” che giustifica l’uccisione di milioni di esseri viventi senzienti? Coloro che negano valore a una tragedia per la quale non fanno nulla invocano come giustificazione un’altra tragedia per la quale non fanno identicamente nulla.

C’era una volta una bambina che non voleva mangiare gli animali e tanta era l’empatia con loro che disperata diceva ai suoi genitori: “Io non voglio mangiare gli animali – sono così belli. Perché la gente li fa a pezzi?“.

C’era una volta una madre: «Immagina di partorire in una stanza vuota, senza nessuno che ti è vicino, e da sola riesci a “dare alla luce” tuo figlio. La gioia che provi nel vederlo ti solleva da ogni dolore. Ma all’improvviso qualcuno entra nella stanza,  ti prende il bambino e lo porta via. Quel bambino non lo vedrai mai più. Sarà chiuso in una stanza davanti alla tua, tu lo sentirai piangere perché ha fame, perché ti cerca, ma non puoi fare niente. Dopo interminabili giorni lo vedi portar via dalla stanza, vedi spingerlo con forza in un furgone. Lo macelleranno. Tu vivrai questo per anni, finché non sarai più in grado di fare figli, poi macelleranno anche te”


Immagino un mondo in cui il fine ultimo non sia produrre per produrre sempre di più, guadagnare per guadagnare sempre di più, consumare per poter consumare sempre di più, bensì la tutela della Terra come casa comune di tutti gli esseri viventi che la popolano, interconnessi e necessari gli uni agli altri; il rispetto per ogni forma di vita.

(Fonte ilcambiamento.it)
Claudia Orsino
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Sono nata a giugno e fino agli anni dell’adolescenza le mie torte di compleanno erano rigorosamente con la crema e le fragole. Eh già perché le fragole, un po’ come tutta la frutta e la verdura, si potevano mangiare solo in un certo periodo dell’anno. “Perché la natura ha i suoi tempi” diceva la nonna. E così giugno era, soprattutto per i bambini, il mese più atteso: finivano le scuole e iniziava l’estate, si mangiavano i gelati e uscivano le fragole.

Per i bimbi di oggi associare un frutto alla stagione in cui naturalmente si raccoglie è una vera sfida: l’agricoltura in serra infatti permette di consumare tutti i frutti tutto l’anno. Ma a che prezzo?

Dalla fiaba dei fratelli Grimm a oggi sono trascorsi oltre 200 anni eppure, la mela avvelenata che costò a Biancaneve lunghi anni di coma profondo, non è affatto un’espediente superato.

 

Le mele, infatti, insieme a lattuga, pomodori, cetrioli, peperoni e fragole, conterrebbero, secondo il PAN Europe (Pesticide Action network), le dosi residue più elevate di pesticidi interferenti endocrini.

Il tema è molto delicato e di non facile argomentazione, ma una cosa è certa: la strega cattiva non c’entra.

I pesticidi chimici sono stati creati proprio per essere tossici, per uccidere i parassiti delle piante. Negli anni ’40 venne prodotto e immesso nel mercato il DDT, un insetticida largamente utilizzato in agricoltura, le cui le dosi di impiego aumentarono in pochissimi anni fino a tre volte per via della comparsa di insetti resistenti al loro impiego.

La biologa Carson, al termine di intense ricerche, denunciò nel suo libro “Primavera silenziosa”, i gravissimi danni che i pesticidi chimici stavano causando all’ambiente, alla fauna e agli esseri umani e individuò il DDT come una delle più potenti cause nello sviluppo del cancro.

Negli anni ’80 il DDT venne messo al bando nella maggior parte delle nazioni sviluppate, ma non nei Paesi del Terzo Mondo dove ancora oggi viene utilizzato in agricoltura: tutti i prodotti alimentari provenienti da quelle regioni, arrivano a noi contaminati.

Nonostante la normativa che fissa la “dose massima consentita” dei residui di pesticidi negli alimenti e la stretta sorveglianza operata a livello europeo dall’EFSA (European Food Safety Authority), secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità i pesticidi causano ogni anno circa 200 mila morti su scala globale.

Si è dimostrato che questo cocktail chimico che riveste frutta e verdura è correlato a riduzione della fertilità, aumento di alcuni tipi di tumore, pubertà precoce, diabete, obesità; agisce inoltre sulle ghiandole endocrine e in particolare sulla tiroide, causando disfunzioni anche a livello comportamentale.

 

Ma come tutelare la nostra salute e quella della terra? Quali sono gli accorgimenti per non assumere queste sostanze?

Il primo modo è informarsi. Proprio in questi giorni è possibile partecipare alla Settimana internazionale contro i Pesticidi, organizzata dal Pesticide Action Network (Pan) insieme ad altre organizzazioni come Slow Food: eventi locali, proiezioni di film, conferenze, seminari e mercati cercheranno di informare i consumatori sui rischi degli usi dei pesticidi sull’ambiente e sulla salute incentivandoli all’uso di metodi alternativi.  Qui  tutti gli appuntamenti pesticideactionweek.org.

Fondamentali sono inoltre il momento della spesa, acquistare cibo proveniente da agricoltura organica, ovvero da coltivazioni in cui non sono utilizzati pesticidi e fertilizzanti chimici, e la fase di preparazione del cibo, lavare attentamente frutta e verdura e sbucciare gli alimenti prima del consumo se non sono prodotti bio.

Dove possibile, coltivate qualcosa nel vostro orto, in giardino o nei vasi sul balcone; qualora non potesse, scaricate la nuova applicazione “Che cosa c’è nel mio cibo” che permette di sapere se gli alimenti che consumiamo sono più o meno ricchi di pesticidi fornendo indicazioni di base sul tipo di cibo.

Ma se nessuna idea vi avrà ancora convinto, suggeriamo allora di trovare in fretta un principe azzurro che al momento opportuno vi possa destare dal sonno.

Claudia Orsino
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É primavera.

Nei banchi del supermercato è comparso un tubero molto particolare: il topinambur.

 


 

Il topinambur (nome scientifico Helianthus tuberosus) è anche conosciuto con il nome di ‘rapa tedesca’, ‘pera di terra’, ‘tartufo di canna’, ‘patata americana’ o ‘carciofo di Gerusalemme’ per via del sapore delicato e dolciastro che ricorda quello del carciofo.

A differenza delle patate, infatti, il topinambur non contiene amido, ma inulina, una molecola nutritiva dalla eccellenti proprietà. Particolarmente indicato per chi vuol perdere peso e riattivare l’intestino pigro, il topinambur è in grado di abbassare il livello di assorbimento degli zuccheri e dei grassi da parte dell’intestino, tenendo così sotto controllo i livelli glicemici e il colesterolo.

Per questo motivo è un alimento adatto anche ai diabetici e a chi soffre di obesità.

Oltre a queste proprietà, l’inulina favorisce la motilità intestinale, previene la formazione di gas, riequilibra la flora intestinale e favorisce la digestione. Cosa ancora più importante, il topinambur non contiene glutine ed è quindi consumabile anche da chi soffre di celiachia. È ricco di vitamina A e B e di arginina che aiuta il fegato e la cicatrizzazione dei tessuti.

(Fonte tuttogreen.it)

 


 

Molti si domandano che sapore abbia e come cucinarlo: il suo sapore richiama alla lontana quello del carciofo, ed ecco una ricetta, vegan e senza glutine, per gustarlo.

 

Risotto integrale al topinambur

Ingredienti per 2 persone

  • 160g di riso integrale ribe
  • 250g di topinambur
  • 1/4 di cipolla
  • 1 spicchio di aglio schiacciato
  • olio evo
  • prezzemolo

Preparazione

Il topinambur non dovrebbe essere pelato ma lavato accuratamente con una spazzola.

Prendete metà del topinambur e tritatelo. L’altra parte tagliatela a pezzi più grossi.

Soffriggete aglio e cipolla in una casseruola e aggiungete il topinambur, fatelo saltare a fuoco vivo e poi abbassate la fiamma.

Aggiungete il riso (1 parte), e almeno 3 parti di acqua. Aggiungete sale e pepe e fate cuocere per 50-60 min (dipende dal riso e dalla fiamma) finche non sarà morbido. Mescolate spesso per renderlo cremoso. Aggiungete acqua se e quando necessario.

Servite con una spolverata di prezzemolo fresco.

buon appetito 🙂

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Un frutto a merenda” sembrerebbe l’inciso di un ricordo del nonno o uno slogan incalzante spalmato sui lati degli autobus di linea. E’ invece la forma essenziale di una proposta divenuta prima un impegno poi una disposizione. Già, perché oggi sono tante le scuole che di questa idea ne hanno fatto una regola: regola d’oro per numerosi nutrizionisti, educatori ispirati, associazioni internazionali; un’imposizione per altri.

L’ultimo caso, che ha visto affrontarsi genitori verso dirigente e corpo docenti, riguarda le quattro scuole primarie del quartiere Saragozza a Bologna: con una delibera votata dal consiglio di istituto, il preside Mari ha imposto alle famiglie di mettere nello zaino dei bambini, per la merenda del mattino, solo frutta e verdura. Le motivazioni a sostegno sono indiscutibili: tutelare il benessere dei bambini; socializzare esperienze e garantire equità tra alunni di diversa estrazione socio-culturale; ridurre gli scarti alimentari; controllare l’apporto calorico per i bambini a rischio di obesità.

Su quest’ultima affermazione i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sono gravemente espliciti: i bambini italiani, rispetto ai coetanei europei, sono tra i più grassi; fra i 6 e 17 anni il 26,9% è in eccesso di peso e fra gli 8-9 anni il 10,2% è in condizioni di obesità, e le percentuali maggiori riguardano le regioni del Centro Sud , Abruzzo, Molise, Campania, Puglia e Basilicata. Verrebbe da aggiungere “alla faccia della dieta mediterranea!”.

Ed a denunciare le abitudini alimentari scorrette ci prova anche l’Istat che parla del 65% di ragazzi per cui la merenda è nutrizionalmente sbilanciata o troppo abbondante, con snack salati e fritti, merendine confezionate, succhi di frutta ricchi di zuccheri e conservanti. Condizioni, queste, che aumentano il rischio di malattie cardiovascolari, diabete, problemi ortopedici, disordini psicologici, basso apprendimento a scuola e bassa autostima.

Dinanzi a un simile scenario viene naturale porsi una domanda: qual è il motivo che ha fatto insorgere i genitori dei bambini della scuola di Bologna invocando la libertà di pensiero e di azione? E’ indubbio che le merende genuine comportino un dispendio maggiore di tempo per la loro preparazione e la scelta, ma vale anche, soprattutto, il principio per cui un’istituzione educante in quanto tale può e deve pensare alla trasmissione del sapere e delle buone consuetudini comportamentali. Di fatto la libertà e il benessere sono condizioni similari qualora se ne ravvisi il valore solo dinanzi alla mancanza.

Claudia Orsino

 


Ecco qualche idea per variare la merenda a scuola e garantire un’alimentazione sana per i bambini

Frutta secca

Uva passa, mandorle, anacardi, noci e nocciole, arachidi non salate sono perfette da mettere in un piccolo contenitore ermetico anche se siamo di fretta. In questo caso è bene non esagerare con le quantità: 30-40gr di frutta secca sono sufficienti. E’ anche molto importante verificare con il pediatra che non vi siano allergie a questi alimenti

Frutta disidratata

Banane e mele, mango e papaia, cocco, fichi, albicocche, datteri, possibilmente comunque senza troppi zuccheri aggiunti. Anche in questo caso, non più di 2-3 pezzetti di frutta di media misura

Frutta fresca

Per merenda, chiusi in un contenitore ermetico, vanno benissimo mele a pezzetti, banane, pere, uva, mirtilli, susine… Meglio proporli già sbucciati, tagliati a pezzetti e senza semi, così sarà più facile mangiarli e soprattutto non ci saranno scarti da mettere in cartella

(Fonte: pianetamamma.it)

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Ecco una ricetta saporita, vegana e senza glutine.

Molti pensano che la cucina vegana sia noiosa, insipida e persino poco nutriente. Abbiamo pensato di proporvi questa gustosa ricetta asiatica, rivisitata per essere apprezzata dai nostri palati occidentali.. Può essere preparata in poco tempo, ancora più velocemente se avremo a disposizione una macchina affetta verdure per ottenere il taglio a julienne in pochi secondi. Inoltre è gluten free in quanto i vermicelli cinesi sono di fagiolo verde mung, anche chiamato soia verde, che non contiene glutine. In alternativa potete utilizzare i noodles di riso, anch’essi senza glutine. Se non avete tempo di cuocere del brodo vi è concesso il dado vegetale 🙂

ps. Se vi avanza un pò di questa pietanza e i noodolini diventano blu non vi preoccupate! E’ l’effetto del cavolo cappuccio, che viene anche utilizzato come colorante alimentare.

Ingredienti per 2 persone

  • 100 gr di vermicelli cinesi
  • 1/2 peperone rosso
  • 1/2 carota
  • 1/2 zucchina grande
  • 1/2 cipolla
  • del cavolo cappuccio rosso
  • 1 pezzo di porro
  • 2 manciate di pisellini primavera (70g circa)
  • 100g di funghi (champions, pleuroti, pioppini)
  • germogli di soia
  • brodo vegetale
  • salsa tamari (salsa di soya senza glutine)
  • zenzero in polvere o fresco da tritare
  • curry

Preparazione

Prepariamo un trito di cipolla che soffriggeremo in padella, aggiungiamo i funghi affettati e i pisellini primavera e facciamo cuocere per almeno 10 minuti.

In un pentolino fondo preparare del brodo vegetale limpido (senza patate) scolato dalle verdure, nel quale faremo bollire i nostri noodles per 3 minuti.

In un wok (altrimenti una padella antiaderente) scaldiamo l’olio e mettiamo le nostre verdure tagliate a julienne (zucchina, carota, cavolo e peperone), il porro a rondelle e i germogli di soya. Irroriamo con salsa di soya, aggiungiamo curry e zenzero e saltiamo le verdure per 3 minuti, affinché le verdure diventino dorate ma rimangano croccanti.

Aggiungiamo i piselli e i funghi, e versiamoci i noodles cotti nel brodo.

Servire caldi!

buon appetito 🙂

Aneta
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